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La nascita e il fato
Chi conosce le strade che percorrerò
prima che al tempo la mia vita sia tolta?
E dove, nascendo, mi condurranno?
Leggimi, ti prego, sacerdote, di questo
animale il fegato, sede di vita, luogo
dove le vie del futuro si dipanano.
Raccontamelo, con l'aruspicinia, il mio
e se non bastasse interroga i fulmini,
o il volo degli uccelli,
che chiariscano la soluzione dell'enigma:
se la luce o l'ombra m'attendano.
La gioia
Ecco, già sento arrivare il corteo,
con i pianti e le nenie delle donne
che riempiono l'aria, con i doni
che l'anima presenta sulla biga.
Dolore e gioia s'intrecciano allora,
i fescennini scendono a valle,
le danze delineano le figure
del sacro spettacolo degli addii,
quando l'assenza è offerta alla vita.
L'oblio
Cosa sarà scritto nel rotolo che l'angelo
aprirà nell'urna, quale sarà il giudizio
quando non avrò più nome nel mio letto?
Se ascolto di notte la voce dei demoni,
mi avvolgeranno le braccia della dea
nostra creatrice, pietosa e severa,
scure e mammella santa che accoglie
l'anima nella città della pena, Erebo.
Caronte
Già mi sembra di vedere, condotta
in questi luoghi, strappata al tempo,
le forme che bambina mi atterrivano,
nella natura, aquila, lupo, serpente,
unirsi a comporre la Chimera che
m'accoglie, qua, in eterno,
l'orrenda bocca di Caronte,
i volti orribili che già ho visto
nelle maschere che il sacerdote
indossa nel rito, nel teatro
oscuro delle pene, delle paure.
Il rito
Spesso nella mia vita sono salita
sul colle ornato d'alti cipressi
ad offrire dentro il sacro tempio,
di un toro inghirlandato e glorioso,
il collo, lo sguardo, la vita, la forza;
i doni vari che allietano i nostri banchetti,
seguendo dei sacerdoti il precetto
che alla preghiera fa seguire
l'accensione dei ceri, ed ancora
la lavanda e lo spargimento del sale,
l'uccisione dell'animale, il canto,
il campanello, la contemplazione
ed il ringraziamento, in fermo ordine,
insieme alle immagini, alle statue
piccole e tutte le parti malate
dei nostri corpi, offerte per la cura.
Sono questi i gesti liturgici che
alla mensa finale conducono.
L'urlo
Non merito allora la mia gloria?
Il prezioso dono di rinascita
che attenderò stesa, addormentata
nel mio nido di roccia, intorno
le mie offerte ulteriori, nel buio.
Attenderò il mio risveglio, lo schiaffo
che interrompe il sonno temporaneo.
Resurrezione
Allora rivedrò la primavera
trionfante nelle campagne,
il sole mi accompagnerà nella via
intorno luce, frutti, fiori e
dei suoi raggi le spighe, figlie
del grano, oro di questo campo di cielo,
di questa valle d'Arno a cui fiorisco
dalla mia urna, per poco nascosta,
ancora una volta, dopo la terrena,
a questa vita eterna, al cielo dorato.
Per questo non sarà vano il ricordo
delle feste che ci allietavano, quando
la natura risorgeva potente
ed i cuori di nuovo riscaldati
s'aprivano al riso ed alle ordalie.
Samuele Petrocchi








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