Toscana, occhi nel silenzio


Introduzione


Con questo nuovo volume di fotografia, il mio primo in Bianco e Nero, ho voluto riprendere il paesaggio non solo nella sua forma autentica ma soprattutto come i miei occhi lo vorrebbero vedere sempre. Per questo ho cercato di entrare in punta di piedi, rispettando e aspettando i suoi tempi. Non ci vuole fretta quando vuoi riprodurre le sensazioni che ti invadono, quando vedi una cosa bella, qualsiasi essa sia. Da solo, avvolto nel silenzio, per non perdere la magia del momento, ho finalmente ripreso la quiete che ti assale quando senti i profumi della natura, che non sono tanto quelli che percepisci con l'olfatto, ma quelli che puoi godere con lo sguardo. Con questo libro non voglio fare documentazione, non mi interessa, anche se ogni scatto rappresenta comunque un documento; nelle mie foto ho voluto allontanare il frastuono dell'uomo, dando risalto a quelle nebbie che tutto abbracciano, a quei sentieri che percorri con l'immaginazione e che ti portano in cima ai tuoi sogni, alla solitudine dell'uomo nel cammino della vita, alla straordinaria bellezza del mare che di fronte alla sua maestosità ci fa sentire piccoli e inermi.

Duccio Nacci


Prefazione


Questa nuova raccolta di scatti di Duccio "Occhi nel silenzio" sembra accogliere nel suo stesso titolo una contraddizione: un elemento appartenente alla vista, lo sguardo, viene posto accanto ad un altro, il silenzio, appartenente ad altra sfera sensoriale quella dell'udito. Il significato che è riposto nell'accostamento di questi due termini, è intimamente legato al carattere poetico che è da sempre cifra stilistica delle raccolte del fotografo e che trova quindi una sua conferma nel rimando del titolo a quella che, del linguaggio poetico, è una delle figure retoriche più affascinanti: la sinestesia.
Gli sguardi che ci vengono regalati in questo libro hanno questa profonda finalità: trasmettere sensazioni che non sono solamente appartenenti alla vista, per quanto quest'ultima sia dominante nella nostra società e nei nostri tempi e sia la caratteristica peculiare dell'arte dello scatto; cercare di dotare l'immagine della capacità di comunicare anche altre sensazioni, uditive o tattili, riuscire ad accompagnare la visione con elementi appartenenti ad diverse modalità sensoriali. Gli scatti di Duccio ci invitano a integrare il loro carattere documentario e visivo con le sensazioni che emergono nel momento in cui, partendo da una osservazione più concentrata e partecipe, si riesce a coinvolgere gli altri sensi per arrivare poi a una percezione più intima, quella che appartiene alla sfera delle emozioni e del nostro sentimento. E' qui che risiede il messaggio che Duccio ci vuole dare: fotografia e poesia si incontrano nel suo lavoro non tanto per uno sperimentalismo esclusivamente rivolto alla commistione artistica o alla tecnica; alla base di questo suo lavoro c'è la volontà di far riposare gli occhi e rigenerare la vista che nella nostra società viene saturata, appesantita da un continuo ed ininterrotto fluire di immagini.
Quella che ci viene proposta è una sorta di rieducazione ad uno sguardo che dovrebbe essere attento, consapevole, concentrato; uno sguardo che possa farci scoprire elementi, particolari, sfumature, dettagli, tutto ciò che nella fretta della nostra vita frenetica va perso. Una volta superato il limite della percezione visiva, il paesaggio, il prediletto fra i soggetti presenti nel libro, diviene quello che il soggetto vuole che diventi: vi si proiettano istanze interiori, desideri, bisogni. La fotografia diventa il mezzo con cui aprire il sipario su una scena che accoglie luoghi interiori che molto possono dire di noi, della nostra condizione umana.
Uno dei maggiori fotografi del secolo scorso e un maestro del paesaggio, Ansel Adams, descriveva la grande fotografia come "un'espressione piena di ciò che uno sente, nell'accezione più profonda del termine, su ciò che fotografa, ed è quindi una vera espressione di ciò che si sente sulla vita nella sua totalità". Sulla base di questa affermazione le immagini di Duccio si rivelano pienamente pervase dalla sua sensibilità per gli ambienti nei quali opera e si presentano a noi come occasioni per un percorso di riscoperta non solo visiva.
Liberati dall'obbligo di vedere tanto, troppo ed in fretta, l'invito che ci viene rivolto è quello di scoprire altri modi di fruizione dell'immagine: prima con altri sensi, poi in uno stato di concentrazione e calma, fino al godimento di paesaggi assoluti, che finalmente niente hanno di umano e della natura svelano il continuo fluire, il suo messaggio di potenza ed indifferenza che spesso non sappiamo cogliere, immersi come siamo in rumori artificiali, ambienti troppo umani dai quali è necessario talvolta prendere una pausa. Nella fuga dal rumore e dai ritmi frenetici di queste realtà c'è la riscoperta dell'uomo e della sua valenza, delle sue capacità di osservare ed immaginare ed oltre questo c'è un paesaggio in cui possiamo immaginarci assenti. Emerge così una realtà fatta di un silenzio, di profumi, di suoni riscoperti come indipendenti dall'uomo stesso e che quest'ultimo è invitato a rincontrare in questa loro essenza.
E' così, spogliandoci della nostra forma, sospendendola per poi rientrarvi con una sorpresa, che sentiamo di nuovo in noi la capacità di fruire della natura che ci circonda e di capire il significato intimo, sfuggente ed effimero che abbiamo in essa; guardiamo la realtà come sospesa, ci estraniamo dallo sguardo quotidiano ed abitudinario per cogliere, nel mondo che ci circonda, manifestazioni che altrimenti ci sfuggono. In "Occhi nel silenzio" troviamo accolti tutti gli elementi della natura ( la terra, l'acqua, l'aria ed il fuoco ) che diventano i protagonisti assoluti in diversi tipi di territorio ed ambienti. Ci sono paesaggi marini, dove il mare ci parla, sembra sfiorare la nostra pelle con le sue grandi e pastose mani, regalandoci emozioni tattili.
Le rocce con le loro forme gocciolanti, sembrano affiorare dall'acqua come appena fatte, create da pochi istanti, e ricordano nel loro aspetto un quadro di Max Ernst creato con il frottage. La presenza dell'uomo è ridotta al minimo: una piccola figura sullo sfondo di un incontro fra il cielo, il mare e la terra; un corpo che si abbandona sui tronchi nodosi che dall'acqua sono ricomposti in bizzarre costruzioni; le mura di un'antica costruzione che resiste arroccandosi là dove la potenza del mare per ora non è ancora arrivata; gli strumenti quotidiani che i pescatori usavano per il loro antico lavoro ora corrosi dall'acqua e dalla ruggine; il bagliore lontano di un paesino che si adagia su un'isola che pare inghiottita dal cielo.
C'è il paesaggio terrestre che si compone nelle colline, nelle dolci curve dove è lampante la presenza dell'uomo e della sua mano; ma anche qua la nebbia, presente in molte immagini, sembra voler togliere o limitare al paesaggio ogni riferimento alla presenza umana. Nelle immagini dove non c'è nebbia, è la neve a ricordarci che le tracce umane sono solo segni transitori ospitati in una tela tutta al naturale. In altri scatti dove presente è l'uomo, fra le mura di S.Gimignano o nelle strade che si srotolano fra le colline, la sua presenza è sempre dominata da una caratteristica che mette in risalto nell'immagine, il tema del cammino che ci accomuna tutti.
Nel paesaggio cogliamo allora la dimensione esistenziale del passaggio: una strada si apre fra i cipressi illuminati, testimoni e tappe monumentali del nostro percorso, o fra le fronde della macchia che si indorano di luce; i vecchi e le donne, gli uomini ed i bambini percorrono insieme la loro strada verso un cielo tempestoso, o immersi nel meriggio estivo che tutto dilata, accolti improvvisamente dietro una curva dalle campane di una pieve, o circondati dai campi biondi prima della mietitura dove qualcuno cerca di cogliere, nel sentiero che morbido orla i crinali delle colline, i segni futuri della propria percorrenza.
In uno degli scatti del libro un grande e vecchio albero è ritratto dall'interno di una chiesa. Sopra il portone antico, delle fronde sembrano circoscrivere in una cornice vegetale questo scorcio di paesaggio e tutta l'immagine è racchiusa nel contorno buio dell'interno. Questa foto mi è parsa indicativa del lavoro del fotografo che sa cogliere, nell'inquadratura e con il suo scatto, nel rigenerarsi continuo delle infinite forme della natura, la composizione che emerge in un preciso istante, l'insieme di elementi che trovano una sistemazione sulla carta, la forma e l'equilibrio adatti a raccontare sia la bellezza che l'illusione tutta umana che ci porta a credere di averla colta per sempre.

Samuele Petrocchi